Vivere la propria vita di Alessandra Santin (2005) Mario Alimede è un artista non solo per quello che fa, per le opere che realizza - utilizzando lo sguardo poetico più vero - ma soprattutto perché ad un certo punto della vita, ha deciso di esserlo. Questo ha significato per lui vivere la propria vita. Il fatto, si badi bene è eccezionale. Lo ricorda con parole sublimi Rilke ne I Quaderni di Malte: «…il desiderio raro di avere una propria vita. Santo Iddio, ecco tutto. Si arriva, si trova una vita pronta, non si fa che indossarla…». Questa opportunità era stata offerta a Mario dalla sua famiglia. Genitori attenti alle esigenze lavorative avevano indicato al figlio il percorso degli studi, i ritmi dell'esistenza, le esperienze di vita… Durante l'adolescenza Mario Alimede seguì queste indicazioni ma non vi si adeguò senza interrogarsi profondamente. Nella difficile ricerca della propria identità, che caratterizza questa età, in lui andava consolidandosi l'esigenza di dare senso alla propria esistenza, attraverso modalità di comunicazione diverse, sperimentando tecniche e linguaggi. Al fare, Alimede, accompagnava un pensiero, una riflessione puntuale che lo portava ad esprimere quanto “sentiva”. Musica, teatro, pittura, disegno, scultura,… gli offrivano di volta in volta tecniche e strumenti per sperimentare, per inoltrarsi nel labirinto della comunicazione. Ben presto egli capì di riuscire a leggere la realtà del suo tempo, la verità del suo pensiero, attraverso l'intuizione creativa. Ben presto comprese che questo privilegio stava diventando un dovere, un compito che l'avrebbe accompagnato lungo tutta la vita. Da qui in avanti la ricerca di perfezione tecnica ed espressiva caratterizzerà sempre il lavoro creativo dell'artista. Davanti alle sue opere recenti si avverte la consonanza tra strumento, tecnica, contenuto e bellezza. La giustezza dei tempi, l'essenzialità degli accenti, la secchezza delle emozioni, la restituzione di un senso del mistero dato per allusioni, danno a questi lavori ultimi, la forza della perfetta macchina narrativa. Segno di una maturità artistica perseguita, i suoi quadri manifestano quanto l'artista addensa dentro se stesso e può esprimerlo fino in fondo, misurandosi e coinvolgendoci profondamente. Interdisciplinarità, trasversalità, contaminazione, spaesamento, oscillazioni: ogni posizione estetica, che arbitrariamente prendiamo davanti alle opere recenti di Mario Alimede, ci colloca all'interno di una totale relatività. Sensazione concava e sensazione convessa, essere dentro uno spazio o guardarlo dal di fuori… entrambe le vie dell'antichissima forma duale di esperienza possono essere percorse, per cercare un senso, per riconoscere ed ascoltare la Storia. La dimensione narrante della poetica di Alimede è caratterizzata dalla forza espressiva del suo segno che continuamente si modifica, facendosi colore e forma, a volte parola. Stupisce nella storia dell'arte contemporanea e nell'attuale deriva dei valori, veder perseguire una ricerca di bellezza ed armonia ad ogni costo, nonostante traspaia nei suoi lavori la consapevolezza del limite, la partecipazione al dolore del mondo, la certezza della incapacità del tempo di assumere il ritmo della vita. Eppure nei suoi quadri, costruiti con sapiente senso ed uso dello spazio e del dettaglio, traspare sempre, infine, quella luce che illumina l'istante, che dà significato all'intero arco dell'esistenza, che dà voce, pur se a labbra serrate, al pensiero meditante, puro ed essenziale, dell'uomo di domani. Premessa Giungere alla possibilità di rappresentare la complessità delle cose che accadono è un punto d'arrivo di un percorso che continuamente si evolve e che anche nel passato si è snodato secondo sentieri mai rettilinei. La cronologia stessa è spesso superflua e soprattutto inadatta ad identificare una modalità di ricerca che si muove in ambito estetico: con tutte le variabili aperte al caso, alla ripetizione, alla certezza mai data dall'intuizione. Eppure è quasi ineluttabile rintracciare, lungo il corso della vita di Mario Alimede, alcuni eventi significativi; dei punti di svolta che hanno caratterizzato il suo percorso artistico. In altro modo non saprei fare. La parola scritta, si sa, è succube della linearità, del binario a senso unico e monodirezionale che la scrittura del mondo occidentale ha adottato. (La rappresentazione per mappe concettuali sarebbe certamente più congeniale; l'ipertesto offrirebbe modalità di lettura proficue...). Inoltre una storia evolve nel tempo secondo più livelli interconnessi che vanno a formare una trama di almeno due piani intercomunicanti: da un lato lo svolgersi dei fatti, dall'altro lo svolgersi dei valori legati a questi fatti. L'arte di Mario Alimede, a mio modo di vedere, ha inteso, nel tempo, rappresentare dapprima i fatti in sé, e in seguito i valori ad essi associati. Raccontare come questo è avvenuto significa scommettere sulla forza dello sguardo come capacità interpretativa della realtà. Essa porta alla bellezza che è, in questo campo più che mai, espressione della conoscenza. Nel '68 Mario Alimede ha diciannove anni. Alla vita di relazione attiva e rivolta al sociale, si accompagna una lenta e progressiva sperimentazione delle tecniche del disegno e la prima utilizzazione dei colori. Gli olii densi vengono stesi, con tutta le difficoltà degli esordi, sulle superfici di carta. I pochi mezzi gli permettono, infatti, di acquistare l'indispensabile: pennelli e colori fondamentali, e matite morbide per realizzare semplici nature morte e qualche paesaggio collinare. Le prime tele sono realizzate con vecchie lenzuola tese su listelli riciclati delle cassette della frutta. Il gesto tecnico sperimenta e si affina abbastanza velocemente. Mario Alimede partecipa a qualche ex-tempore e prova a sperimentarsi anche con il figurativo, rivisitando le opere dei grandi. Le figure esprimono fin da subito un forte interesse per l'umano. I capelli a caschetto e l'allungarsi e la deformazione di alcune parti del corpo, le braccia e il dorso, che caratterizzeranno un periodo successivo, dimostrano come fosse importante per l'artista, fin da principio, indicare ciò che il suo sguardo personale, lontano dalla mera imitazione, coglieva nel mondo. Di questo periodo rimane pochissimo ma qualcosa c'è tra le altre opere accatastate nello studio. Le mani attente di Mario Alimede sanno dove rintracciare questi “reperti”, a dimostrazione che la storia di sè e i suoi “documenti” non sono conservati casualmente, ma riposti con cura e qualche volta, anche se raramente, riguardati con tenerezza e senso interrogativo della ricerca. Il decennio dal Settanta all'Ottanta è caratterizzato dalla sperimentazione delle diverse tecniche e dalla frequenza dei Corsi della Scuola Internazionale di Grafica di Venezia. Oltre a consentire l'apprendimento specifico, questo periodo ha offerto ad Alimede l'occasione e il modo di avere contatti con altri artisti, di confrontarsi, di osservare diversi percorsi di ricerca… Le opere realizzate esprimono subito un chiaro interesse per la precisione compositiva, per l'uso consapevole dello spazio come luogo che sa ospitare la forza dell'evento. Qui la folla si muove compatta durante la manifestazioni di piazza. Le bandiere ondeggiano al ritmo disordinato delle persone vive nei gesti, nei suoni e negli slogans lanciati lontano. Il segno osa, prende spessore, si fa espressionistico nei contorni e nei modi. Il passo è cadenzato dai temi più vari, rappresentati da colori forti e da stilemi che via via vanno sempre più caratterizzandosi in cifre poetiche che hanno la forza, la sorpresa, la carica emotiva del cuore dell'uomo. Preme all'artista esprimere un senso della realtà vissuta in gruppo, dare forma alla rivolta, all'impegno per il cambiamento. A volte l'arbitrio di un gesto, imprevedibile e ironico insieme, può raccontare meglio di molti dettagli. Ad essere analizzato non è un frammento del tempo ma lo svolgersi dell'evento. Il tempo, infatti, scorre all'interno delle opere nella forma della narrazione. Il colore ancora realistico indugia in certi ambienti speciali, resi grazie ad un gesto pittorico sempre più sicuro anche nella dinamicità: la spiaggia con i bagnanti che si godono il ritmo lento della libertà dal lavoro; i luoghi del quotidiano dove ciascuno interagisce con le cose. L'arte e l'artista sostengono in tal modo l'esperienza mai libera dai nessi causali e collegata strettamente al piano logico e storico. Una tematica prende corpo sempre più stabilmente: la struttura delle imbarcazioni abbandonate sulle rive deserte del mare o delle barche ancora in costruzione. A colpirlo è il fasciame che ricorda lo scheletro del torace dell'uomo. Costole e sterno nudi e radicati esprimono l'essenza simbolica dell'uomo che sperimenta la sua instabile fragilità e contemporaneamente la potenza della sua struttura. Immutabile essa resiste ad ogni sforzo, ad ogni energia inesplosa. Scarnificandosi gli elementi acquisiscono il potere della leggerezza, si impreziosiscono nella semplice linearità della bellezza. Si dispongono al volo nel silenzio e nello spazio del vuoto. Durante gli ultimi anni di questo decennio Alimede lavora insieme a pazienti con sofferenze psichiatriche. Sperimenta il senso dello spaesamento e le difficoltà legate al mondo della follia, della dipendenza, della fragilità. Utilizza anche la terracotta, la creta che modella secondo masse e forme dalle linee concave, raffinate ed essenziali. Dipinge su superfici tradizionali e anche su materiali differenti, come la tavola e la ceramica. Il segno si fa violento e di rottura, il colore sopravanza invadendo il campo senza vincoli. La resa dell'emarginazione è affidata a figure la cui postura è tutta rivolta verso l'interiorità e la chiusura; gli sguardi esplorano il mondo svuotato dalla possibilità della relazione. Il tema della violenza nella “normalità” induce ai primi usi del simbolo. La morte della madre e l'esperienza del funerale si rivelano in opere introspettive ed autobiografiche, rappresentative del periodo stesso e conservate dall'artista come patrimonio significativo della propria arte. Sono di questo periodo le battaglie di cavalieri medievali, nascosti, ridotti ad armature colorate e viventi. Questo scontro, risolto mediante la contrapposizione estetica di forme, denuncia l'assurdità e contemporaneamente l'ineluttabilità dell'azione aggressiva e della violenza. La sofferenza, la paura, la vita e la morte si somigliano nel gesto e nelle linee di forza, nella pastosità del colore che assume il compito di trasferire il significato, di essere altro. L'arte diviene forza contro la dissoluzione A partire dalla seconda metà degli anni Ottanta l'artista sente forte l'esigenza di rappresentare il mutamento e le infinite possibilità collegate ad esso. Le cose perdono gradatamente la nitidezza della forma pur conservando, in alcuni frammenti, la presenza degli elementi che consentono di ricondurre la rappresentazione al suo significato. L'artista abbraccerà l'Informale tendendo ad una astrazione raffinata, operata dall'avvicinamento al soggetto ritratto. Una sorta di visione vicinissima delle cose, un porre in primissimo piano eventi emblematici. Alimede sembra proprio interrogarsi sui processi costitutivi dell'astrattismo che non abbraccerà mai definitivamente, tentando e poi percorrendo altre vie, più personali di comunicazione. In questo periodo ad interessarlo in modo puntuale è la ripetizione dell'elemento primo, il punto o il segno breve, ribadito in modo quasi ossessivo per comporsi in patterns. Essi vengono disposti in sequenze di forme regolari. Lo spazio bianco di luce diviene il luogo a-temporale in cui le categorie estetiche rinunciano ad ogni contenuto e formano l'idea astratta di una bellezza raffinata ed essenziale. Essa è data da un'operazione di osmosi fantastica-interpretativa complessa. L'azione della lettura nega la tradizione liberando lo sguardo dalla direzione unica e predeterminata (sinistra-destra, alto al basso) per proporre percorsi sempre possibili e personali. In tal modo la percezione giunge quasi a torcersi. Dopo l'impatto iniziale e il riconoscimento del ritmo regolare, si delinea la possibilità della scoperta. Essa allenta la tensione data dalla regola e conduce a quella forma di piacere dettato dalla frantumazione e dalla ricomposizione. Il significato ultimo è per ciascuno diverso e proprio, anche se tutti riconoscono la causa nelle combinazioni di segni semplici. Intorno ad essi si coagula la poetica compositiva che costituisce per Alimede un forte motivo di ricerca. Parallelamente si affina un interesse per i materiali più diversi. La tecnica del collage risolve più volte le esigenze espressive dell'artista, che concretizza opere e sculture assemblando oggetti abbandonati e raccolti: ciotoli, conchiglie, bulloni, parole. Viene data voce al frammento, alla parte di un tutto che muta di significato e valore se disposta in gruppo, se allineata e composta secondo criteri di volta in volta nuovi e sempre profondamente significativi. Questa specie di gioco si fa metodo che dà vita ad opere compiute, sculture, campiture e mondi. Proprio là dove il registro del racconto si fa più sommesso l'artista manifesta più chiara la consapevolezza della ricerca. Si registra, infatti, il riappropriarsi delle tecniche di progetto. La composizione grafica rivendica una sua ineludibile presenza. La visione pura è mediata dalla relazione: segno - colore - massa. Presenze e assenze, accostamenti e rapporti cessano quasi del tutto la funzione narrante e l'esigenza di soddisfare un bisogno emotivo. Il controllo della percezione consente l'espressione valoriale di contenuto che è esso stesso bellezza e sentimento, bellezza e pensiero. Tutto quindi è riconducibile ad una analisi; la risposta va ogni volta inseguita, rintracciata in ogni dove. Soprattutto gli strumenti del volo sembrano i più adatti a questo processo. Ali e linee aeree, rotte sull'aria e sull'acqua indicano la consapevolezza che la dimensione poetica non poggia su basi granitiche, non consente passi definitivi. I lavori tendono effettivamente alla sintesi che comprende la relatività del gesto, che si modella qui ed ora, che continuamente sa di dover essere inficiata domani, stravolta in futuro. Paiono questi quadri vicini alla categoria dell'astrazione, alle modalità originarie della coscienza. La ricerca di Mario Alimede, condotta senza più pregiudizi e senza più la necessità di dimostrare nulla, finisce per rivelare che il mondo non è somma di oggetti da descrivere, né catene di eventi da narrare. La sua relazione con il mondo non è quella tra pensatore e oggetto, qualsiasi sia il pensiero e il contenuto. Le unità di sintesi percepite e quindi espresse, sulle quali la coscienza dell'artista concorda, sono costituite da opere ogni volta nuove che portano in se stesse la contraddizione tra immanenza e trascendenza, risolta in campo estetico e con modalità estetiche. Il mondo percepito, che contiene anche l'artista, costituisce lo sfondo, il presupposto che dà valore ad ogni esistenza. «Una concezione di questo tipo non distrugge né la razionalità né l'assoluto. Cerca di farli discendere sulla terra» – dice Merleau-Ponty. Alimede non sembra accontentarsi di ciò. Una volta al suolo li interroga all'infinito, spingendoli di nuovo ad elevarsi, a produrre movimento e cambiamenti inarrestabili. Così facendo egli traccia gli orizzonti di una ricerca personale e significativa, in cui estetica e visione si intrecciano nella produzione di valore. Lavori in corso «Dov'è, è solo. Un artista, una mente creativa deve sempre affrontare il problema di superare se stesso.» Joan Ward Ci parliamo al telefono, io e Mario. È il primo pomeriggio di una domenica senza nessuna luce particolare. Ci parliamo davvero e non mi stupisco se Mario non risponde alle mie domande, cercando conferme nelle opere finite, nelle certezze consolidate. Lui si domanda a sua volta, e a me non resta che ascoltare progetti, che immaginare i lavori futuri. Mi parla di una ricerca assoluta, di quel lavoro che potrebbe essere finalmente capo-lavoro, sintesi di un lungo percorso in parte già avviato e in parte ancora da scoprire. Non pensa, l'artista, di creare molte cose, ma di progettate molto e di compiere l'indispensabile. Fluttuazioni lineari sovrapposte potrebbero lasciar galleggiare la transizione, nel suo più nobile e alto significato: l'indefinito atteso. L'unico linguaggio che gli consentirebbe di decifrare l'enigma, che Alimede corteggia da sempre, si trova nella sua mano, nel passo da compiere, in ascolto di quelle pulsioni spontanee di un uomo, che è tale proprio per la possibilità di pre-vedere e di pro-gettare. – Quello che più mi interessa, ora, è anche il percorso – dice Alimede – la strada da compiere. Quasi fossi un pellegrino dell'arte io sto facendo un viaggio. – Penso agli innumerevoli quadri ordinatamente accatastati nel suo studio, ciascuno a mio modo di vedere compiuto e autonomo. Ma per l'artista non è così. Continua è la sua ricerca, il chiedersi se tutto quel lavoro ha senso, se invece il suo tempo, ora, non dovrebbe essere occupato dal progetto perfetto, di un unico quadro meritevole di lettura. In esso esploderebbe l'istante, come un lampo assoluto, in cui la verità si mostra, e io – dice ancora Mario Alimede – parto, dietro ad essa. Con le parole di Renè Char tutto questo suona più o meno così: «La mia brama è infinita. Niente mi assilla quanto la vita.» Con le parole di Renè Char vorrei avergli detto: – …hai fatto proprio bene a partire… noi siamo di quelli che credono, senza prove, alla possibile felicità con te. |